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La difesa dei propri valori: diritto o peccato? L'Italia e l'Europa possono delegarla?

di Francesco Caracciolo

È bello e sublime salvare vite umane. È utile farlo e vantarsene, come ha fatto per anni il ministro dell’interno Alfano e come hanno fatto e fanno altri membri del governo e rappresentanti delle istituzioni ottenendo il patrocinio del Pontefice, la totale approvazione di cardinali, il plauso degli ecclesiastici e il consenso delle anime pie e di politici e laici in carriera e in affari. È bello e sublime salvare dieci, cento, mille vite umane, accogliere i salvati o restituirli, in parte, alle loro famiglie e ai loro paesi. Ma se le vite da salvare sono decine e centinaia di migliaia di gente che vuole in massima parte invadere e occupare paesi non suoi senza averne ottenuto il permesso attraverso ambasciate e consolati, le vite salvate devono essere restituite senza remore e condizionamenti ai paesi da cui sono venuti o da cui sono salpati. Occorre fare ciò per interrompere un flusso di cui non si intravede la fine ma si possono prevedere gli effetti letali. A imporre un tale modo di agire non è l’egoismo o l’istinto di conservazione ma l’esigenza vitale di difendersi per evitare che il salvataggio divenga fonte di sconvolgimento, di malessere e di caos. Nessun diritto nazionale o internazionale può vietare la necessaria difesa. Se la vieta non è diritto delle genti ma contro le genti, perché favorisce una parte e danneggia un’altra parte di esse e crea così disordine e caos internazionale e nazionale. La difesa è un’esigenza imposta dalla salvaguardia di obiettive necessità di ordine e di sicurezza. Se il diritto internazionale e le convenzioni umanitarie non provvedono a correggere le proprie norme adeguandole alle mutate condizioni, il paese meta dell’invasione deve difendersi respingendo e restituendo i migranti alle loro sedi originarie o di imbarco. Se non lo fa per obbedire alle obsolete leggi internazionali e agli iniqui dettami umanitari, il paese accogliente si suicida senza saperlo, contribuisce a trasferire nel proprio seno il malessere di popolazioni che si moltiplicano esponenzialmente e sono in difficoltà anche per guerre e povertà. Il paese accogliente sarà presto contagiato dallo stesso malessere che affligge le aree e i paesi in difficoltà. La difesa che nell’estate 2017 il governo italiano scopre e cerca di mettere in atto con il consenso e forse con il contributo di alcuni paesi dell’Unione Europea, è un pannicello caldo, per giunta dannoso. Invece di approntare una efficace difesa e di difendersi come fanno altri paesi della Ue, il governo italiano inventa un modo nuovo. Per tradurlo nei fatti, invece di organizzare la propria difesa, progetta di spendere milioni di euro al mese e propone all’Unione Europea una spesa totale di 5 o 6 miliardi per comprare la difesa che altri paesi da dove giungono i migranti dovrebbero approntare in sua vece e con i suoi insegnamenti e le sue forniture anche di armi. In tal modo l’Italia si propone e, in parte, mette in atto la fornitura di milioni di euro in armi, navi, istruttori, strutture e infrastrutture a paesi africani che promettono di impedire, per quanto possono, il passaggio sul loro territorio e l’afflusso in Italia di milioni o decine di milioni di individui in viaggio o pronti a partire dai loro paesi verso la meta di là del Mediterraneo. È razionale e ammissibile affidare la propria difesa ad altri? Ad altri non certo interessati a salvaguardare l’ordine, la sicurezza e il benessere del committente e acquirente. Ad altri che sono certo disponibili finché conviene loro, cioè finché ricevono i milioni loro elargiti. Ma paesi indebitati come l’Italia, che produce ed esporta milioni di disoccupati, potranno continuare a elargire sine die i milioni di euro promessi per ottenere la difesa? Non si prevede che in futuro il flusso di migranti aumenterà per l’aumento della popolazione che in Africa raddoppierà in qualche decennio? Per evitare l’invasione si può dipendere dal volere e dalla convenienza di alcuni governi di stati africani? Questo espediente non è un déjà vu? Non contiene un pericolo già vissuto e non scongiurato in passato? Non è un ricalco di ciò che hanno fatto per secoli i Romani dell’impero d’Occidente e poi d’Oriente? Quegli antichi popoli civili hanno comprato la difesa a fior di carovane cariche d’oro. Hanno sborsato denaro per frenare o fermare la minacciata continua invasione dei barbari. Hanno sempre dovuto continuare a comprare la loro discrezionale moderazione. Hanno affidato alla loro convenienza la propria difesa e la propria sicurezza. Quei popoli e quei governi civili e con un passato glorioso hanno percorso lo stesso sentiero che stanno per percorrere gli italiani e forse gli europei. Nonostante gli eventi non edificanti del passato, italiani ed europei decidono di sborsare denaro e risorse invece di impiegarli per organizzare una propria efficiente ed efficace difesa. L’esperienza degli errori fatti in passato non è d’insegnamento a coloro che non la conoscono.

Francesco Caracciolo

Immigrati e disoccupati

di Francesco Caracciolo

Per dare un’idea del profondo mutamento demografico che si sta verificando nei Paesi occidentali, osserviamo quanto è avvenuto e sta avvenendo in uno solo di essi. Il caso che osserviamo è indicativo di ogni altro. Il Paese europeo senza colonie dopo la seconda guerra mondiale e ultimo a importare immigrati per soddisfare le esigenze della crescita economica e del capitale concentrato in poche famiglie, fu l’Italia. Il suo cambiamento nei decenni dal dopoguerra ad oggi fu rapido e sconvolgente. Da Paese prolifico e serbatoio di emigranti, che furono oltre diciotto milioni in meno di un secolo, divenne dagli anni ottanta del novecento il più sfrenato importatore di immigrati e il meno prolifico. Per questo suo incredibile cambiamento, il suo caso è il più adatto a farci capire quanto sta avvenendo in Occidente. Secondo una previsione fatta dall’Onu nel 2005 in Italia la popolazione autoctona sarà nel 2050 oltre dieci milioni di unità meno di quella dell’inizio del duemila; e mentre la popolazione autoctona diminuirà di numero, aumenterà quella composta di immigrati che, nel 2020, saranno oltre sette milioni di unità. È certo una previsione approssimativa, ma indicativa. Secondo calcoli altrettanto approssimativi, in Italia il numero degli immigrati regolari raddoppiò ogni decennio a partire dagli anni settanta del novecento. Negli ultimi anni dello stesso secolo gli immigrati regolari erano poche centinaia di migliaia, nel 2001 erano circa 1.700.000, nel 2003 circa 2.400.000, nel 2005 2.800.000, all’inizio del 2006 circa 3 milioni, nell’ottobre 2006 circa 3.300.000, nel 2007 circa 3.600.000. A fine 2008 erano oltre il 6,5 % della popolazione, e i neonati ufficialmente registrati in Italia erano il 12,5 % figli di immigrati (nel nord Italia il 19,5 %); nell’ottobre 2009 gli immigrati regolari in Italia erano circa 4.000.000. Sono dati approssimativi. L’Istat stima che al gennaio 2013 gli immigrati regolari residenti in Italia erano circa 4.377.000, cioè oltre il 7% della popolazione residente.

     In poco più di un decennio l’aumento del numero degli immigrati regolari in Italia è stato dunque vertiginoso. Si può ritenere ancor più stupefacente se ad esso si aggiunge l'aumento del numero degli immigrati, che nessuno sa quanti siano stati e quanti siano. Gli immigrati regolari residenti in Italia al gennaio 2013 erano dunque, stando ai dati dell’Istat, circa 4.377.000, cioè il 7% della popolazione. Quanti sono oggi, luglio 2014? E quanti sono gli immigrati irregolari, gli innumerevoli clandestini, ignoti agli istituti di statistica, alle forze dell’ordine e alle istituzioni? Nessuno può saperlo e nessuno può farne una stima, se non molto vaga. Non ci sono dati statistici recenti da cui si possa trarre quanti siano gli immigrati residenti oggi in Italia. Si possono fare solo congetture sul loro numero. Si può dire che, dal gennaio 2013 al luglio 2014, in un anno e sei mesi, l’afflusso di immigrati in Italia è stato continuo. E si può dire che il numero degli immigrati residenti in Italia, profughi, rifugiati, e in cerca di lavoro e di benessere, è molto cresciuto. Circa il 70 per cento degli italiani intervistati ritiene che nel 2013 i soli immigrati regolari siano molto più numerosi dei circa 4.377.000 stimati dall’Istat. Circa il 25 per cento degli italiani intervistati va oltre: ritiene che i soli immigrati regolari siano circa la metà della popolazione residente in Italia. Certo, tanti immigrati producono reddito e contribuiscono alla crescita economica. La Fondazione L. Moressa, nel Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione (2013), calcola che il contributo degli immigrati regolari al fisco e allo Stato italiano è di circa 6 miliardi e 500 milioni. E’ pure certo che l’accoglienza, l’assistenza e il controllo di tanti immigrati hanno un elevato costo non solo economico; e la presenza e la condotta di tanti nuovi venuti sono spesso all’origine di tensioni, di conflitti e di crimini. Stando all’Istat, il 70 per cento degli italiani intervistati è dell’avviso che il costo economico e sociale, specialmente quello dell’accoglienza, dell’assistenza e del controllo degli immigrati, supera quanto gli immigrati danno in termini di lavoro e di contributi. Al di là di contributi e di costi, c’è da chiedersi: come è possibile accogliere e ospitare milioni di immigrati in un Paese come l’Italia con risorse molto limitate e con un territorio angusto e sovrappopolato? Perché il lavoro che svolgono gli immigrati regolari, non lo svolgono gli italiani che risultano disoccupati? Perché i contributi che versano gli immigrati regolari, non li versano gli italiani che risultano disoccupati e che le istituzioni non inducono a occuparsi, a lavorare, a produrre e a versare contributi? Eppure tutto ciò è possibile, benché sembri inverosimile se si pensa che i disoccupati in Italia sono milioni, più o meno quanto i milioni di immigrati.

Francesco Caracciolo

FRANCESCO CARACCIOLO, L’integrazione dell’arcipelago migratorio in Occidente.
FRANCESCO CARACCIOLO, Come muore una civiltà e come sta morendo la nostra.
FRANCESCO CARACCIOLO, Mali estremi.

 

 Brigantaggio e rapporti sociali nel Mezzogiorno d'Italia prima e dopo l'Unità nazionale

di Francesco Caracciolo

All’Associazione “Libera i libri” che il 18.08.2012 gli chiede di collaborare con un contributo obiettivo sul Mezzogiorno, sui suoi rapporti con il governo italiano e con il Nord del Paese e su avvenimenti come il brigantaggio, Francesco Caracciolo risponde:

    È utile occuparsi del brigantaggio nel Sud d’Italia dopo l’Unità nel 1861 e della repressione cieca che ne fece il governo italiano partendo dall'esame del banditismo e della repressione che afflissero il Sud nel Cinquecento e nel Seicento. Da quell’epoca a quella post-unitaria è mutato ben poco nella sostanza. Come ben poco è mutato dal banditismo al brigantaggio e dalla repressione dell’uno alla repressione dell’altro. Non è mutato nulla, a mio avviso, nella sostanza, mentre è mutato molto nella forma e nei particolari avvenimenti. I banditi dei secoli XVI e XVII possono essere, nella sostanza, identificati con i briganti dell’Ottocento; il governo vicereale spagnolo di Napoli con il governo italiano di Torino, di Firenze e di Roma. La repressione fu cieca nel Cinquecento e nel Seicento e fu cieca dopo l’Unità nazionale. I metodi della repressione sono mutati tra il Cinquecento e il Seicento come sono mutati nei decenni che seguirono al 1861. Le condizioni del Sud erano arretrate, povere, conflittuali e caotiche nel Cinquecento e nel Seicento, come continuarono ad esserlo nell’Ottocento e dopo l’Unità. I rapporti sociali, le disfunzioni nell’amministrazione pubblica, la corruzione, le malversazioni, gli arbìtri di ufficiali, di magistrati e di giudici, gli abusi e gli arbìtri dei detentori della ricchezza e del potere erano nei primi due secoli dell’età moderna come quelli che si riscontrano dopo l’Unità. Si può dire che non dissimili furono la ribellione e la repressione nelle due epoche.

  Certo, nell’Ottocento non c’era il feudo, che fu abolito nel 1806. Ma persistevano, e anzi erano aumentati, gli abusi e il prepotere delle famiglie dei ceti abbienti su quelle della massa degli indigenti. I rapporti sociali erano pressoché immutati. L’arbitrario ruolo delle minoranze dominanti e la connessa conflittualità sociale persistettero anche dopo l’eversione della feudalità (1806) e dopo l’Unità d’Italia (1861). I loro effetti si manifestarono anche nel brigantaggio che, nella seconda metà dell’Ottocento, era diffuso come lo era stato il banditismo nel Cinquecento e dopo. Le condizioni della massima parte della popolazione, comprendente i ceti meno abbienti, peggiorarono pure. L’inosservanza delle leggi e le prevaricazioni sussistevano e, in una realtà sociale alquanto mutata, producevano effetti non dissimili da quelli che erano stati evidenti nella società feudale dell’antico regime.

  «Gli stranieri che vengono nelle nostre contrade – scriveva Luigi Settembrini nel 1844 (Protesta del popolo delle Due Sicilie) –, guardando la serena bellezza del nostro cielo e la fertilità dei campi, leggendo il codice delle nostre leggi, e udendo parlar di progresso, di civiltà e di religione, crederanno che gli italiani delle Due Sicilie godono di una felicità invidiabile. E pure nessuno stato d’Europa è in condizione peggiore della nostra, non eccettuati neppure i turchi […]. Questo governo è un’immensa piramide, la cui base è fatta dai birri e dai preti, la cima dal re; ogni impiegato, dall’usciere al ministro, dal soldatello al generale, dal gendarme al ministro di Polizia, dal prete al confessore del Re, ogni scrivanuccio è despota spietato e pazzo su quelli che gli sono soggetti, ed è vilissimo schiavo verso i suoi superiori. Onde chi non è tra gli oppressori si sente da ogni parte schiacciato dal peso della tirannìa di mille ribaldi: e la pace, la libertà, le sostanze, la vita degli uomini onesti dipendono dal capriccio non dico del principe o di un ministro, ma di ogni impiegatello, d’una baldracca, d’una spia, d’un birro, d’un gesuita, d’un prete […]».

  Con queste fosche tinte Settembrini descriveva poco prima dell’Unità, il desolante stato delle istituzioni e dei rapporti sociali sotto i Borboni.

  Il quadro che se ne ricava non ha bisogno di commenti. Non è affatto diverso da quello di due secoli prima. Da esso risulta il medesimo sostanziale contrasto tra le leggi e la loro applicazione, tra il formale grado di civiltà e l’arbitraria condotta di quanti, a tutti i livelli, potevano abusare delle loro funzioni opprimendo i loro subordinati e sottostando con estrema viltà ai voleri dei più forti.

  Dopo l’Unità, il cambiamento delle istituzioni avvenuto nel 1861 non produsse mutamenti di rilievo. Anzi, per alcuni aspetti, peggiorò i rapporti sociali e le condizioni in cui era la popolazione. Lo stato di sofferenza dei meno fortunati crebbe e impressionava gli osservatori. Oltre un ventennio dopo, nel 1875, Pasquale Villari (Le lettere meridionali ed altri scritti sulla questione sociale in Italia) scriveva:

  «Esaminando lo stato della povera plebe di Napoli, esaminando lo stato dei più miseri contadini, io m’ero persuaso che la maggior parte di essi, se non si trovavano nella medesima miseria ed oppressione che sotto i Borboni, avevano con la nuova libertà peggiorato la loro sorte […] durando le cose come adesso, la classe inferiore, per ora ignorante della moralità, piuttosto che positivamente immorale, vedendo la classe agiata pesare così gravemente su di essa, acquisterà colla istruzione che si vuol dare, o una immoralità cosciente di sé, o un odio ancora più profondo pei signori e pel governo, che sarà pieno di pericoli per l’ordine avvenire».

  Nel 1876 le peggiorate condizioni che si verificarono nel Mezzogiorno furono pure indicate da Leopoldo Franchetti (Mezzogiorno e colonie, I) e le peggiorate condizioni che si verificarono in Sicilia furono descritte da Sidney Sonnino (La Sicilia nel 1876, II). E due decenni più tardi, Pasquale Turiello (Governo e governati in Italia) indicava l’aumento delle «violenze della borghesia nei 1800 comuni del Mezzogiorno dopo il 1860».

  Nacque allora l’esigenza di conoscere le ragioni del peggioramento delle condizioni di vita e ci fu chi si pose il quesito e ne diede una risposta, trovando che principale causa di quel peggioramento era l’assoluta libertà d’azione di cui godevano i cittadini più influenti. In specie Franchetti indicava l’arbitrio con cui i proprietari terrieri applicavano le clausole indeterminate dei contratti agrari le cui molteplici e mutevoli forme non erano regolate da leggi o da consuetudini e la cui attuazione era affidata appunto all’arbitraria volontà del proprietario. Come faceva Pasquale Villari, Leopoldo Franchetti analizzava la peggiorata condizione dei rapporti sociali e indicava come causa del peggioramento la dipendenza assoluta dei contadini dai proprietari. Spiegava che essa «si manifesta[va] non solo nella durezza delle condizioni dei contratti agrari, ma ancora nella indeterminatezza di alcune delle loro clausole, che riporta[vano] la mente al tempo del servaggio».

  La spiegazione che dava Franchetti era il risultato di un esame accurato della realtà sociale ed economica: era ed è preziosa soprattutto perché poteva essere estesa dai contratti agrari e dai rapporti tra proprietari e contadini nella seconda metà dell’Ottocento ad ogni sorta di contratti e di rapporti tra individui e ceti sociali non solo in quell’epoca.

  Risulta infatti che causa del peggioramento delle condizioni di vita dei contadini non era solo la durezza dei contratti agrari, ma più ancora l’indeterminatezza delle loro clausole. Non era dunque solo una causa oggettiva, che poteva essere corretta con il mutare dei tempi e dei costumi, ma era soprattutto una causa soggettiva, che consisteva nell’assoluta libertà con cui i proprietari applicavano le clausole indeterminate di quei contratti, e, dunque, nell’arbitrio della loro condotta.

  Tutto ciò induce ad arguire che occorre guardare alla sfrenata libertà dell’uomo di applicare clausole e norme generiche e al margine di arbitrio con cui egli può regolare in modo palese e occulto i rapporti con i suoi simili, per potere scoprire la causa non solo della forzata dipendenza, ma anche delle reazioni violente e delle tensioni sociali. Si può rilevare che, come in ogni epoca e in forme diverse, allora l’arbitraria condotta di pochi occludeva ogni via d’uscita e rendeva disperata l’esistenza di molti, parte dei quali trovava sbocco alle frustrazioni nella reazione violenta, nella ribellione, e nelle derivanti sopraffazioni con cui essa finiva per emulare le prevaricazioni che aveva subìte, di cui erano autori pochi privilegiati.

  Dopo l’eversione della feudalità, dal 1806, dunque, i rapporti tra contadini e proprietari, che prima erano stati in parte feudatari, si deteriorarono. Nel 1876 Sidney Sonnino esaminava la causa del peggioramento:

  «L’abolizione del diritto del sistema feudale non produsse nessuna rivoluzione sociale, appunto perché i feudi all’infuori delle sole terre che erano state regolarmente date in enfiteusi, furono lasciate in libera proprietà agli antichi baroni: onde al legame tra il coltivatore e il suolo, che prima era costituito dalla stessa servitù feudale, non si sostituì come altrove l’altro vincolo della proprietà, ma invece quel legame fu semplicemente rotto, e il contadino si trovò libero in diritto, senza doveri ma anche senza diritti, e quindi ridotto di fatto a maggior schiavitù di prima per effetto della propria miseria […]».

  I rapporti sociali apparivano a Sonnino nella sostanza peggiori per i ceti più deboli. In realtà erano pure notevoli i privilegi, di cui godevano i componenti dei ceti più elevati, e l’arbitrio, che essi perpetravano occultamente o palesemente in qualità di proprietari, di funzionari e di appartenenti al ceto dominante. Esisteva un mondo di rapporti, da cui derivavano molte insidie alla gente comune. Provenivano offese di ogni genere a quanti non avevano sufficienti mezzi di difesa, al contadino e all’artigiano, a molta parte della popolazione che portava il peso maggiore dei gravami pubblici, mentre sopportava pure gli arbìtri e gli abusi di pochi appartenenti ai ceti sociali più elevati; e si può dire che principali cause del brigantaggio, come del banditismo, furono l’arbitrio di pochi e la disperazione di molti.

  Dopo l’Unità nazionale persistevano gli arbìtri, le prepotenze, le prevaricazione e le sopraffazioni dei detentori della ricchezza e del potere e la sopportazione e la sofferenza di gran parte della popolazione, nella quasi totalità composta di contadini. Da quel rapporto patologico scaturì la ribellione di molti sopraffatti e angariati. E questo avvenne allora come era avvenuto nel Cinquecento e nel Seicento, e, tutte e due le volte, non dissimile fu la repressione messa in atto dai governi spagnolo e italiano. Tuttavia, esaminando attentamente quel che avvenne nei due periodi, si possono rilevare differenze non sostanziali. Nel Cinquecento la ribellione si volse contro il governo che la reprimeva drasticamente e, per un certo tempo, contro le famiglie dei ceti abbienti, di nobili e di onorati, ricchi proprietari. Nel corse del Seicento, mentre andava decrescendo il potere del governo e l’efficacia della repressione, la ribellione fu sempre più addomesticata dal potere accresciuto dei baroni. Dopo l’Unità la ribellione fu aizzata da una parte del ceto dominante, che era rimasta fedele e legata alla caduta monarchia borbonica, contro il governo italiano ritenuto usurpatore e contro l’altra parte del ceto dominante e ricco, che era divenuta liberale e fautrice e partigiana del nuovo governo.

  Il brigantaggio, dunque, si volse contro questa parte del ceto dominante e contro il governo italiano, che fu cieco nel reprimerlo. Le leggi repressive, l’impiego dell’esercito, i suoi metodi spicciativi e le esecuzioni sommarie vanno visti e spiegati alla luce dell’allora complesso mondo di rapporti caotici e della ribellione cieca quanto la repressione. Non si può spiegare e capire tutto ciò cercando di indicare un colpevole, fermandoci a scoprire le responsabilità del Nord conquistatore e oppressore e del Sud sfortunato e danneggiato, spogliato di quello che aveva.

  Non si può guardare al Nord come al fautore del governo, fonte dell’ordine e del progresso, e al Sud, fonte del malgoverno, del caos e del regresso.

  Le cose non sono semplici come sembra che siano. Il governo italiano agì male ricorrendo alla cieca repressione, come male aveva agito il governo spagnolo. Ma la repressione, nell’un caso e nell’altro, era volta contro un mondo complicato che era molto difficile capire e trattare secondo ragione.

  Da quanto ho fin qui esposto si può arguire che le condizioni del Mezzogiorno e le cause che le hanno generate nulla hanno a che fare con la costituzione genetica dei meridionali, i cui requisiti naturali non temono il confronto con quelli di tutti gli altri popoli; e non hanno nulla a che fare con quello che è stato o che non è stato fatto pro o contro il Mezzogiorno.

  Ritengo che, per capire quanto avvenne dopo l’Unità e per fare un resoconto obiettivo di come si sono svolti i fatti occorra guardare a quel che avvenne prima. E su quel che accadde prima, guidato da un’esigenza di obiettività e lontano da ogni influenza ideologica e da ogni interesse partitico e fazioso, ho scritto e pubblicato nel 2011 Banditi baroni viceré nel regno di Napoli in età moderna. La sua lettura forse può aiutare a guardare e a ricostruire con obiettività la storia del Mezzogiorno post-unitario e dei suoi rapporti con il resto d’Italia.

Roma 22/08/2012
Francesco Caracciolo


- Francesco Caracciolo, Banditi baroni viceré nel regno di Napoli in età moderna

 

Onorata società e scietà onorata

di Francesco Caracciolo

I fatti delittuosi e i rapporti di mafiosi, ‘ndranghetisti e camorristi con gestori delle istituzioni e con affaristi sono il contenuto di libri e di scritti talora di successo. Scrivere cose del genere è divenuta una moda, uno sport prestigioso e redditizio. Prestigioso perché scritti di questo genere sono letti da molti e hanno successo. Redditizio perché da questo genere di scritti le case editrici ricavano molti proventi. E le case editrici fanno a gara per pubblicarli perché - dicono - sono scritti che si vendono, richiedono un minimo investimento e producono molto profitto.

    
Mentre un libro che ha un contenuto di elevato valore culturale, intellettuale e sociale richiede un investimento rilevante per farlo accettare al lettore e produce un reddito limitato, forse basso. Dunque le case editrici si fanno guidare dal gusto e dalle esigenze della massa dei lettori invece di guidarla e orientarla verso l’ottimo e l’utile. Pubblicano pettegolezzi e fatterelli che rendono introiti soddisfacenti e sacrificano idee e contributi che non rendono. E fanno ciò per massimizzare il profitto che esse vogliono ricavare senza alcuno sforzo e senza alcun impegno imprenditoriale, senza investimenti di sorta, ma seguendo la via che porta in basso, sempre più in basso. In realtà molta gente ama leggere quali e quanti furono i crimini, anche se sostanzialmente sono pressoché uguali e differenti solo nei particolari. Molta gente ama leggere i nomi di mafiosi, di loro collusi, di trafficanti e di politicanti corrotti e in combutta con mafiosi. Molta gente ama tutto ciò e le case editrici l’accontentano e realizzano così il proprio lauto e ambìto profitto.

    Ma quale utile deriva alla società, alla civiltà, al progresso e al benessere individuale e collettivo da tutta questa febbre di diffondere i dettagli non dissimili del crimine e dei criminali?


Si può dire: nessun utile.


    
Al contrario l’utile verrebbe dalla conoscenza delle cause del crimine e della natura dei criminali. Verrebbe dalla scoperta della loro capacità di sussistere nonostante le persecuzioni e di espandersi e moltiplicarsi.

    Ma di tutto questo neppure una parola nei libri sull’argomento. Sempre dettagli; sempre altri crimini del tutto simili, ammanniti e cucinati in tutte le salse.

    Eppure ci sono libri in cui sono state scoperte ed esaminate le cause e sono indicate le terapie e i mezzi ritenuti efficaci per debellare mafia e mafiosi e quanto è alle loro origini nella società civile.

    Ma libri del genere circostanziati e utili per la società sono e restano sconosciuti. Le case editrici li giudicano inutili perché, a loro avviso, non si vendono o si vendono poco e sono di poco profitto. Rifiutano quindi di pubblicarli. Pertanto nessuno li legge e nessuno conosce la loro esistenza. In qualche caso è stato lo stesso autore che si è preso la briga di auto pubblicare il proprio libro nel più stretto riserbo. Di esso raccomandiamo la lettura per capire che cosa è l’onorata società, quali le sue cause e quali i mezzi per debellarla fin nelle radici che sono nella società civile. 


E indichiamo: 

- FRANCESCO CARACCIOLO, Onorata società e società onorata, edizione integrale

- FRANCESCO CARACCIOLO, Onorata società e società onorata, edizione ridotta

Roma 12/08/2013

                                           

 

Ius soli, accoglienza e convivenza

di Francesco Caracciolo

Quanto avviene oggi in Italia e l’invasione che sta subendo il Paese rendono estremamente gravi e inaccettabili le inaudite proposte avanzate da membri delle istituzioni, come la ministra Kyenge, e le sciolte e spensierate tesi sostenute da politicanti e detentori di cariche pubbliche, come l’onorevole Boldrini. Nasce in me, semplice cittadino, un naturale impulso a reagire e a pormi alcune domande.

    Come fanno tanti professionisti della politica e gestori delle istituzioni a non reagire alle iniziative e alle proposte che avanza la ministra Kyenge di applicare il principio dello ius soli, più o meno temperato?

    Come fanno a non vedere il pericolo che c’è dietro le proposte e gli auspici dell’onorevole Boldrini e dei suoi ispiratori e sostenitori di garantire accoglienza e convivenza agli immigrati, che in Italia sono già diversi milioni?

    Mi domando: si rendono conto di che cosa significhino proposte del genere; hanno cercato di prevedere dove porterebbe la traduzione nei fatti di auspici del genere?

    Conferire la cittadinanza a chiunque nasca in Italia da genitori non italiani significa invitare le puerpere di tutte le razze che desiderano assicurare un avvenire promettente ai loro nascituri a venire in Italia a partorire. Significa incoraggiare e incrementare l’immigrazione di gente che cerca di migliorare la propria condizione. Significa accrescere senza limiti il sovrappopolamento di un Paese, l’Italia, che già soffre di disoccupazione e di emigrazione dei propri cittadini. Significa svuotare l’Italia dei propri cittadini autoctoni che, bene o male, hanno una certa identità e una certa coesione e popolarlo di gente che viene dai quattro venti, di ogni razza e colore, che non ha coesione alcuna, non ha identità alcuna, né c’è speranza che se la procuri. Significa colmare l’Italia di individui e di gruppi eterogenei che non si intenderanno mai tra loro e con la popolazione esistente e non si integreranno mai sostanzialmente, anche se apprenderanno la lingua e rispetteranno le leggi; anzi creeranno sconvolgimento sociale, produrranno conflittualità e faranno impallidire quel poco di identità e di coesione che c’è. Significa spingere ancor più in basso il Paese che naviga in brutte acque e, si può dire, è già sull’orlo del baratro.

    Si può dire tutto questo perché si può prevedere quel che succederà quando, nel futuro non lontano, la popolazione che emergerà farà valere le proprie ibride e confuse esigenze, farà prevalere le proprie abitudini e il proprio credo e condizionerà e modellerà istituzioni e leggi.

    Quando si giungerà a quel punto la conflittualità, che in Italia la popolazione oggi esistente ha ereditato dal passato, aumenterà fino a divenire incontrollabile anche alle istituzioni più severe.

    Queste sono indicazioni di prospettive non certo rosee che tanti professionisti della politica e gestori delle istituzioni non prevedono e non temono. Essi vedono e calcolano solo una cosa che ripetono ad nauseam: che l’immigrazione, la presenza e l’afflusso anche se crescenti di immigrati sono fattori di crescita e fonti di benessere.

    Si può dire che essi chiamano crescita e benessere lo sconvolgimento sociale: cioè vedono solo il contributo alla produzione che nell’immediato dà una parte degli immigrati e non vedono la confusione e la sostanziale disgregazione che si verificheranno nel futuro. Non vedono ciò che risulterà dalla disoccupazione e dall’emigrazione della popolazione autoctona e dall’occupazione nella produzione e nel crimine della popolazione eterogenea e caotica di immigrati. Chiamano crescita lo stravolgimento dell’esistente e la sua trasformazione in una realtà irriconoscibile e lontana mille miglia da quella finora creata dagli italiani e dai loro padri.

Roma 01/08/2013

                                                      

Per avere esaurienti ragguagli sull'argomento si suggerisce:

- Francesco Caracciolo, L'integrazione dell'«arcipelago migratorio» in Occidente, pp. 168;
Vai al sito della Feltrinelli
- Francesco Caracciolo, Come muore una civiltà e come sta morendo la nostra, pp. 408;
Vai al sito della Feltrinelli
- Francesco Caracciolo, Mali estremi, pp. 176;
Vai al sito della Feltrinelli

 

L'integrazione dell'arcipelago migratorio in Occidente

di Francesco Caracciolo

"... La promiscuità di tanti individui della più diversa provenienza e gli inconvenienti che provoca fanno nascere negli ospitanti il dubbio di trovarsi ancora nella terra dei propri avi, nel paese in cui sono nati e cresciuti ...

     ... Tra il quarto e il quinto secolo Roma e l’Italia erano divenute la parodia di quello che erano state quando ancora la promiscuità e lo sconvolgimento non si erano consolidati, non erano divenuti tessuto sociale. La società e le sue caotiche
istituzioni erano irriconoscibili. Nella società erano prevalsi caratteri e modi di vivere e di sentire degli innumerevoli immigrati e dei loro discendenti che, nonostante l’integrazione formale, erano rimasti sostanzialmente estranei a una nuova identità e a un nuovo modo di sentirsi parte dell’insieme. Si era formata una società ibrida, senza carattere, senza ideali e senza punti fermi di riferimento; una società che era il risultato del miscuglio di innumerevoli individui di razze, di costumi, di tradizioni, di modi di vivere più diversi e opposti, che hanno loro impedito di integrarsi sostanzialmente. ..."

                                                       

Per avere esaurienti ragguagli sull'argomento si suggerisce quanto segue:

- Francesco Caracciolo, L'integrazione dell'«arcipelago migratorio» in Occidente, pp. 168;
Vai al sito della Feltrinelli
- Francesco Caracciolo, Come muore una civiltà e come sta morendo la nostra, pp. 408;
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- Francesco Caracciolo, Mali estremi, pp. 176;
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Integrazione - Ius soli

di Francesco Caracciolo

L’applicazione del principio dello IUS SOLI, tanto caro a immigrati di ogni genere e razza, a politicanti e a prelati, sarebbe l’inizio della fine di quel che resta della società, della civiltà, dei costumi e delle tradizioni dell’Italia e dell’intero Occidente.

    Promuovere alla cittadinanza chi nasce in un Paese indipendentemente dalla razza, dallo stato e dalla cittadinanza dei suoi genitori significa assecondare la necessità di popolare un Paese povero di braccia e ricco di estese terre incolte e di risorse economiche.

    Una tale abbondanza di risorse ed un tale bisogno di braccia sono esistiti in alcuni Paesi come quelli americani ma oggi non esistono più né in quei Paesi né in Italia e né in Europa e in Occidente.

    In Italia e in Europa esistono al contrario povertà di terre e ristrettezza di spazi e cattivo uso e cattiva destinazione delle numerose braccia e delle abbondanti risorse umane che sono però disoccupate.

    In Italia e in Europa c’è bisogno di indurre le numerose braccia disoccupate a occuparsi tornando a svolgere lavori di ogni tipo che furono sempre svolti in passato senza repulsione e senza vergogna.

    Solo abbassando i toni, ridimensionando il tenore di vita e i consumi ed eliminando stravaganze ed eccessi si potrebbe tornare a un modo di vivere sano, sostenibile, in linea con quanto può offrire la realtà e non conquanto finora ha preteso l’egoismo individuale e collettivo.

    Solo così facendo si può salvare quel che resta delle tradizioni e ripristinare l’identità e la coesione di un popolo. 

    Si deve cioè fare il contrario di quel che pretendono politicanti, immigrati, prelati e ministri neri.

    E per avere un’idea di quel che diciamo e che può avere riscontro nel passato, basta leggere qualche libro che le casi editrici si guardano bene dal pubblicare anche perché rientra tra i libri che secondo loro “non si vendono”. 

             

Si può leggere tra l’altro:


- Francesco Caracciolo, L'integrazione dell'«arcipelago migratorio» in Occidente, pp. 168;
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- Francesco Caracciolo, Come muore una civiltà e come sta morendo la nostra, pp. 408;
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- Francesco Caracciolo, Mali estremi, pp. 176;
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Lo ius soli ovvero il diritto di chi nasce in Italia di essere cittadino italiano anche se figlio di genitori non italiani.

di Francesco Caracciolo

Il principio dello ius soli è applicato nei Paesi poco popolati e con grandi spazi vuoti ed estese terre incolte. Fino ai primi decenni del Novecento gli Stati del Continente americano compresi gli Stati Uniti furono Paesi poco popolati con immensi territori da coltivare. Importarono la manodopera necessaria e il capitale ricorse anche alle tratte di neri per avere più immigrati possibili da impiegare nelle piantagioni di caffè, di tabacco, di cotone. Il capitale e i capitalisti si impinguarono; la produzione e l’economia aumentarono notevolmente. Così quei Paesi crebbero e si arricchirono, ma si popolarono di gente di ogni razza e colore, soprattutto di neri strappati anche con la forza dalle loro sedi e dai loro villaggi.

La crescita e la ricchezza che ottennero in tal modo ebbe un prezzo, un prezzo molto alto che oggi quei Paesi pagano e forse pagheranno ancor più nel futuro. Quella crescita e quella ricchezza crearono sovrappopolamento, promiscuità, conflittualità, incomprensione ed enorme disagio ed estrema povertà di genti ammassate specialmente nelle periferie di gigantesche città. Produssero sconvolgimento sociale evidente nelle megalopoli in cui, come avviene nelle grandi città del Brasile o del Venezuela, Rio o Caracas, è pressoché impossibile garantire la pubblica sicurezza; in cui la polizia spesso giustizia i delinquenti direttamente sul posto e in strada.

    I Paesi in cui si è verificato tutto questo sono corsi ai ripari. Tutti si sono difesi chiudendo ermeticamente ogni accesso all’immigrazione.

    Oggi, dopo qualche secolo da quando tutto questo è iniziato altrove, in Italia si parla della possibilità, anzi dell’utilità di applicare lo ius soli e di garantire agli immigrati vecchi e nuovi accoglienza e convivenza con gli autoctoni. La ministra nera, Kyenge, e la detentrice della terza carica dello Stato italiano, Boldrini, e i loro sostenitori, camerati e compagni di partiti e partitini propongono questa applicazione e questa garanzia e le difendono con notevole determinazione.

    Cerchiamo di vedere e di prevedere quali effetti potrebbero avere in Italia (e non solo in Italia) l’applicazione dello ius soli, pieno o temperato che sia, e l’accoglienza e la convivenza tanto auspicate.

    L’Italia di oggi non è né il Brasile, né gli Stati Uniti, né altri Stati del Continente americano di 150 o di 200 anni fa. Non ha grandi spazi, né estese terre incolte da coltivare. Al contrario, ha un angusto territorio sovrappopolato da lunga data, in molta parte e sempre più coperto dal cemento, montuoso e con aree sempre più ridotte destinate all’agricoltura.

    Ad attirare immigrati e a spingerli verso l’Italia e l’Occidente è il miraggio del benessere.

    Ad auspicare l’accoglienza a tutti i costi degli immigrati sono la carità e l’universalismo cristiano di preti e prelati nonché il buonismo e il lassismo di quanti continuano a restare legati ad obsolete ideologie.

    A teorizzare l’utilità della convivenza degli immigrati con gli autoctoni sono gli stessi immigrati, a cominciare dalla ministra Kyenge, e molti componenti di partiti e partitini, come la Boldrini, che vedono, tra l’altro, nella moltiplicazione della presenza degli immigrati un ricco e crescente serbatoio di voti.

    A volere la presenza e la permanenza degli immigrati sono, oltre i suddetti, molti speculatori senza scrupoli e imprenditori spinti dal bisogno e dalla convenienza di assicurarsi manodopera a basso costo mediante l’apporto di parte di quegli immigrati.

    In realtà, in Italia l’afflusso di immigrati è continuo. E oggi si verifica che, mentre una parte degli immigrati trova lavoro, una parte della popolazione autoctona è disoccupata. Sono milioni gli immigrati occupati in Italia e milioni sono gli italiani autoctoni disoccupati.

    È facile comprendere dove porti un processo del genere, a quale sconvolgimento sociale possa condurre, se non sarà interrotto. Ma per poterlo interrompere c’è da battere una sola via: occorre fermare l’afflusso di immigrati, limitare al minimo la loro presenza e occupare i disoccupati autoctoni, effettivi o fittizi che siano.

    Per sostituire il contributo degli immigrati che lavorano, che secondo alcuni come la ministra Kyenge sono un’insostituibile risorsa, un fattore di crescita economica del Paese, basterebbe indurre i disoccupati autoctoni a tornare a lavorare, ad accettare e fare qualsiasi lavoro, pesante e sgradito che sia. Si dovrebbe far rinascere in molti la diligenza, l’amore al mestiere e alla professione. Bisognerebbe che molti tornassero ad ambire ad essere artisti e artigiani creatori. Si dovrebbero indurre molti a spogliarsi di deleterie abitudini e di costumi che hanno acquisiti e moderare il tenore di vita insostenibile, molto più alto delle loro possibilità e delle loro capacità produttive.

    Per ottenere tutto ciò bisognerebbe creare certe condizioni che inducano milioni di autoctoni, disoccupati più o meno effettivi, a comportarsi come i loro avi, ad accettare il lavoro come cosa preziosa e a svolgerlo con impegno e dedizione e con professionalità; a considerarlo il giusto corrispettivo del compenso che ricevono e il solo mezzo per assicurare prosperità e benessere al Paese.

    Se ciò fosse possibile aumenterebbe la produttività e si salverebbero l’identità e la coesione sociale.

    Ma è molto difficile creare e rendere efficaci certe necessarie condizioni: si dovrebbero ridimensionare costumi e abitudini di vita facendo sentire a molta gente distratta e disabituata a ogni serio impegno il crescente morso dell’appetito, della fame da poter estinguere solo con il reddito di un proficuo lavoro. Ma una misura del genere, drastica e dolorosa e forse la sola efficace, costerebbe la perdita di consensi elettorali a coloro che ne fossero promotori, partiti e partitini.

    Con il ricorso a una misura del genere si potrebbe salvare il salvabile: si potrebbe fare risalire al Paese la china su cui si è messo. Si farebbe l’esatto contrario di ciò che propongono, predicano e teorizzano immigrati, ministri, onorevoli, politicanti e prelati. E costoro sostengono che bisogna legalizzare la presenza degli immigrati e la nascita dei loro figli e garantire l’accoglienza di altri e la loro convivenza. Ad avviso di taluni politicanti, onorevoli, partiti e partitini bisognerebbe fare esattamente ciò che in qualche decennio stravolgerà del tutto l’esistente.

    Continuando a incoraggiare e a incrementare l’immigrazione con le loro tesi e con le loro proposte di applicare lo ius soli  e di garantire accoglienza e convivenza, la Penisola italiana in qualche decennio sarà un guazzabuglio di razze, di gruppi e di individui che non si intenderanno fra loro anche se impareranno a parlare la stessa lingua e a osservare provvisoriamente le leggi esistenti. In realtà comporranno una popolazione ibrida e molto più conflittuale e caotica di quanto è già ed è sempre stata dal suo lontano passato.

    No, ci auguriamo che tutto questo non avvenga. Non speriamo che la Kyenge e la Boldrini e i loro sostenitori e camerati condividano quanto abbiamo detto, intenti come sono ad avanzare le loro proposte e a sostenere le loro teorie progressiste che rendono alte cariche in un Paese colabrodo. Ma ci auguriamo che la Kyenge e la Boldrini e i loro sostenitori non prevalgano e che le loro tesi non abbiano seguito.

Roma 26/07/2012

Per avere esaurienti ragguagli sull'argomento si suggerisce quanto segue:


- Francesco Caracciolo, L'integrazione dell'«arcipelago migratorio» in Occidente, pp. 168;
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- Francesco Caracciolo, Come muore una civiltà e come sta morendo la nostra, pp. 408;
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- Francesco Caracciolo, Mali estremi, pp. 176;
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Lo ius soli e i progetti e i comizi della ministra Kyenge.

di Francesco Caracciolo

Il 29 luglio 2013, a Cantù, la ministra dell’integrazione Kyenge interviene in consiglio comunale e, poi, alla festa del partito democratico. Al suo ingresso nella sala consiliare alcuni consiglieri si allontanano. Uno di essi spiega che “la presenza del ministro è stata una provocazione perché era in corso una seduta del consiglio comunale su temi concreti per i cittadini. Interromperla [la seduta] ha significato mancanza di rispetto verso l’istituzione”. Un altro dice: “Questa è una ministra del nulla e non mi rappresenta”. Queste contestazioni e manifestazioni di ostilità, come altre che si verificarono in altre circostanze, non impressionano certo la destinataria che alle domande dei cronisti risponde: “Non ci ho mai pensato nemmeno un attimo” di lasciare l’incarico di ministra. E in quella e in altre occasioni spiega che gli insulti a lei rivolti non offendono lei ma “offendono la coscienza civile di questo Paese”. Ma – ci chiediamo – chi ha detto alla Kyenge che la coscienza civile degli italiani sia offesa per gli insulti che lei riceve? Come fa a sapere che quello che lei progetta non è detestato dagli italiani? Forse confonde i falsi e ufficiali convenevoli a lei elargiti da pochi politicanti raccattatori di voti con la repulsione e lo sdegno degli italiani al solo sentir parlare di certi suoi progetti di ius soli, di accoglienza e di convivenza. La ministra non tiene conto della manifesta ostilità e continua il suo intervento, la sua visita che, secondo A. Brianza, uno dei contestatori, “si è risolta in un comizio, perché a noi consiglieri non è stata data la facoltà di replicare”. La ministra espone poi le sue teorie già note, da lei ripetute in altre circostanze. Tra l’altro spiega: “Siamo di fronte a una crisi che colpisce tutti, italiani e immigrati ed è inutile scatenare guerre tra poveri”. Ma guarda che accostamento azzeccato fa la ministra! Questi italiani e questi immigrati che si trovano sulla stessa barca in piena crisi, poveretti, non devono litigare ma devono volersi bene e convivere in pace e accoglienza nel bel Paese tanto buonista e mite di clima e di carattere. La ministra spiega poi che gli italiani non devono agitarsi ma devono rassegnarsi al fatto compiuto: “Abbiamo – ella dice – un milione di giovani stranieri in Italia che presto non avranno una identità definita. Dobbiamo pensare a un’Italia multiculturale”. Ma – ci domandiamo – qual è l’identità che la ministra vuole assicurare al milione di giovani stranieri? E’ forse quella che hanno acquisita i milioni di immigrati di prima, seconda e terza generazione ammassati nelle periferie delle città europee e del continente americano? E’ forse l’identità che si manifesta nell’inadattabilità, nelle endemiche rivolte, nelle violenze ricorrenti e mal contenute dalla polizia e mal gestite dalle istituzioni dei paesi civili come la Francia, il Regno Unito, la Svezia, il Brasile? E quale è la multicultura che la ministra auspica? E’ forse la confusione di costumi, di tradizioni, di modi di essere e di sentire che persistono immutati dopo generazioni e generano mancanza di coesione e sconvolgimento sociale? La ministra Kyenge non si accontenta di essere diventata lei italiana, ma vuole che altri milioni di immigrati, presenti e futuri, divengano italiani e si aggiungano agli oltre sessanta milioni di abitanti che sovrappopolano questa sventurata penisola, angusta e montagnosa, che va dalle Alpi al Lilibeo. Sì, la ministra è sicura di farcela, di far prevalere queste sue teorie, questi suoi progetti. L’Italia, la maggioranza degli italiani – lei dice – non è come quei pochi contestatori, quei poveretti che, in fondo, contano molto poco. Gli italiani sono buonisti e accoglienti e in Italia si può ottenere tutto. Glielo suggerisce la sua esperienza. A 19 anni la Kyenge partì dal Congo dove aveva studiato e coltivato le lingue inglese e francese, ma non la lingua italiana. Giunse in Francia e chiese di essere ammessa a un corso universitario, ma fu respinta. Si recò nel Regno Unito e chiese la stessa cosa, di seguire un corso di studi universitari, ma anche la liberale Inghilterra respinse la sua richiesta. Si diresse in Italia e qui, pur non conoscendo un’acca della lingua italiana, fu accolta, ammessa a un corso universitario e aiutata da generosi ecclesiastici; si laureò e divenne ministra. Guidata da questa personale esperienza, dal successo conseguito, la ministra si persuase di essere un battistrada, un apripista, lei come il campione Balotelli, e di potere ottenere dai buoni italiani l’accoglienza di milioni di immigrati e di suoi conterranei e la cittadinanza dei loro nati in Italia, di quanti, a suo avviso, sono e saranno fonte di ricchezza e fattore di crescita. Si persuase che quanto lei suppone, progetta e propone sia ormai divenuto una necessità che non si può né disconoscere né differire. E si deve fare ciò che lei progetta – dice lei – perché ormai gli immigrati in Italia sono molti, molti milioni e bisogna adeguarsi alle esigenze che nascono dalla loro presenza e ai nuovi tempi. Bisogna rassegnarsi alla promiscuità e al meticciato, ella dice e spiega. Ma la ministra, forse presa dalla fama cui è assurta e dalla convinzione che ha consolidata ripetendo le stesse cose, non riesce a capire che se gli italiani faranno quello che lei predica e progetta, in pochi decenni la penisola italiana sarà popolata da un guazzabuglio di genti, di individui e di gruppi etnici diversissimi, della più diversa e inconciliabile estrazione, incapaci di adeguarsi all’esistente e di intendersi anche fra loro. La penisola italiana sarà abitata in numero crescente da nuovi venuti e da loro discendenti che creeranno sconvolgimento sociale e stravolgeranno le istituzioni e le leggi, come sta cercando di iniziare a fare la ministra Kyenge progettando di mutare le norme vigenti con l’applicazione del suo ius soli moderato e la sua teoria dell’accoglienza e della convivenza. Altro che integrazione e fonte di ricchezza e fattore di crescita!

Roma 01/08/2013

 

Per una trattazione esauriente di quel che non si è potuto dire in queste poche righe che precedono, si vedano i seguenti testi:

- Mali estremi
- L'Integrazione
- Come muore una civiltà e come sta morendo la nostra

 

Legge vecchia e tempi nuovi. La Costituzione italiana e lo straniero

di Francesco Caracciolo

Si è verificato oggi, 14 settembre 2013, l’ennesimo afflusso di immigrati. In 24 ore, circa 500 profughi e non, provenienti dalla Siria, sbarcarono sulle coste della Calabria e della Sicilia. Due giorni dopo ne seguirono altri mille provenienti dall’Africa. Si aggiungono ai milioni di altri immigrati che sono già sul territorio italiano, giunti da ogni parte del mondo.

     E’ possibile proseguire su questa strada? Dove si giungerà fra non molto?

     Certo in Siria, come in molti altri paesi non solo mediorientali e africani, ci sono disordini, guerre civili, rivoluzioni e persecuzioni, e da quei paesi molti profughi giungono in Italia e in Europa. E’ gente che cerca riparo ed è giusto che profughi e perseguitati siano accolti.

     C’è da chiedersi: in quei paesi disordini e guerre civili si verificano solo ora e negli ultimi decenni o si verificavano anche prima?

     In quei paesi disordini e guerre si verificarono in ogni epoca e, sempre, fuggiaschi e perseguitati si arrangiarono, restarono nei loro paesi e subirono. Anche nei paesi in cui non c’erano guerre e rivoluzioni, coloro che erano afflitti dal disagio, dalla povertà e dalle ingiustizie se ne stavano in patria a cogliere i frutti del loro lavoro o a soffrire le conseguenze dell’infingardaggine loro o dei loro antenati. Oggi, fuggiaschi, perseguitati e poveri vanno dove vogliono e possono, guidati dalla persuasione introdotta dalla globalizzazione, dall’imperante cosmopolitismo, secondo cui la Terra è di tutti e tutti possono appropriarsi dei frutti delle fatiche altrui. Milioni di loro vengono in Italia e in Europa, dove trovano asilo. Vengono dove sanno che si può entrare facilmente, che non ci sono barriere che impediscano il loro ingresso. Non vanno nei paesi che si difendono alzando barriere e ponendo limiti alla loro invasione. E questi limiti non li pongono solo alcuni paesi europei e americani, ma alcuni paesi africani chiudono o limitano gli accessi a immigrati europei e occidentali che, in passato, in qualità di professionisti e di tecnici, hanno istruito i loro abitanti e li hanno guidati sulla via del progresso. In Mozambico le autorità non rilasciano più visti neppure agli antichi colonizzatori portoghesi che, spinti dalla crisi che affligge l’Europa, si recano là in cerca di lavoro. E non li rilasciano perché gli immigrati, che furono in passato loro istruttori e guide, si son fatti troppi: molti sono clandestini, entrano in Mozambico da turisti, vi restano da clandestini e rubano il lavoro agli abitanti del luogo. Per questo motivo, il turista che voglia ottenere il visto d’entrata per visitare il Mozambico deve mostrare d’avere tre mila euro sul conto corrente.

     In Italia specialmente barriere e restrizioni si sono rivelate inefficaci. Gli immigrati entrano via terra e via mare e vi restano accrescendo l’esercito dei clandestini che sono difficilmente individuabili e perseguibili. Gli immigrati, che dichiarano di essere profughi, sono accolti senza limitazioni. La Costituzione italiana è chiara e inequivocabile nel prescrivere l’obbligo di accogliere i profughi e nessuno si può neppure sognare di non osservare la norma che prescrive quell’obbligo. E di fronte alla constatazione dell’ininterrotto afflusso di immigrati profughi o no che può far temere sovrappopolamento e sconvolgimento sociale, nessuno può accennare neppure al ricorso di un qualsiasi efficace provvedimento.

     Il ministro dell’interno, al corrente come tutti gli italiani dello sbarco di 500 immigrati avvenuto sulle coste calabresi e siciliane il 14 settembre 2013, indica l’obbligo degli immigrati di osservare e rispettare le leggi italiane come gli italiani accolgono e rispettano loro.

     Ci domandiamo: constatando l’incessante afflusso di immigrati e le pericolose conseguenze che ne possono derivare in paesi angusti come l’Italia, ci si può limitare a dire solo quello che ha detto il ministro, a indicare cioè qualche obbligo? Basta quello che ha detto il ministro per dare risposta ai quesiti che fa nascere un’esigenza fondamentale di sopravvivenza? Basta indicare l’obbligo di rispettare le leggi della Repubblica per sopperire all’assenza di qualche provvedimento? Ci mancherebbe che si potesse mettere in dubbio una verità lapalissiana come quella di dovere rispettare le leggi, che tutti sono tenuti a osservare! La Costituzione italiana prescrive che “Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi” (art. 54). Ma anche se tutti gli immigrati rispettassero le leggi della Repubblica, a nostro avviso, il loro numero in continuo aumento e il loro diverso ed eterogeneo modo di vivere non cesserebbero certo di essere fattori di sovvertimento e di distruzione dell’esistente.

     Non si può certo omettere di tenere conto dei diversi aspetti della realtà. Gli italiani e molti europei e occidentali, è vero, non sono più quelli di un tempo. Il benessere degli ultimi decenni ha influito sul loro costume e modo di vivere e di sentire. Sono cresciuti i loro vizi. Dagli anni settanta del novecento le eccessive spese pubbliche e private hanno creato eccessivo debito e conseguente scarsezza di disponibilità e di investimenti e mancanza di lavoro. Le aziende grandi e piccole falliscono e le fabbriche chiudono i battenti. Dopo anni di grassa, molti italiani emigrano, come facevano i loro nonni. Molti rifiutano il lavoro che reputano pesante, non praticano più l’artigianato e altri nobili e creativi mestieri, rifuggono dalla fatica e dal gravoso impegno e creano un vuoto di manodopera e la necessità di colmarlo con l’immigrazione. La situazione che s’è creata in Italia ha reso utile l’apporto di manodopera straniera. Ma il disordinato afflusso di milioni di immigrati avvenuto in qualche decennio può ritenersi insopportabile. Il territorio dell’Italia e di altri paesi europei è angusto e le loro risorse e la loro capacità produttiva sono limitate e non possono contenere e mantenere un numero eccessivo e in parte improduttivo di abitanti senza crollare. Si può dunque continuare ad accogliere immigrati, profughi e non?

     E’ giusto che si accolgano coloro che cercano rifugio. Ma quanti? Quanti possono essere accolti in paesi come l’Italia? Non certo gli oltre sette milioni di regolarizzati e gli altri molti milioni di clandestini!

     E allora cerchiamo di vedere che cosa si possa modificare e correggere per correre ai ripari. Smettiamola di continuare con il giochetto che si è protratto finora e che sta portando il paese alla completa estinzione di quel che è rimasto del passato.

     Quando, via terra o via mare, giungono immigrati che si dichiarano profughi, in Italia nessuno può far nulla per limitarne l’afflusso, se non elemosinando per l’ennesima volta l’aiuto dell’Europa e la sua collaborazione a sopportare il peso. Aiuto e collaborazione che non sono mai venuti.

     “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto di asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici [eccetto i delitti di genocidio]”. E’ quanto recita la Costituzione italiana nell’articolo 10, terzo e quarto comma.

     La Costituzione varata nel 1948 è una legge fondamentale moderna e contiene princìpi sublimi. I costituenti che l’hanno pensata ed elaborata di comune accordo componevano, nella loro diversità, un manipolo di galantuomini, competenti e onesti e provati dalle avversità. Si può dire che erano il meglio che allora il paese esprimeva e diedero il meglio di sé. Tranne i più giovani, quasi tutti loro erano stati fuorusciti che avevano trovato rifugio in altri paesi e avevano così scampato alla persecuzione e alle prigioni del regime che vigeva in Italia. In tutto, quegli esuli erano poche decine o centinaia. All’estero avevano trovato la salvezza. Quando in Italia cambiò il vento ed essi tornarono e divennero legislatori, avevano fresco il ricordo dell’esperienza vissuta. Trasferirono nella Carta costituzionale l’obbligo che sentivano verso se stessi di dovere restituire quanto avevano ricevuto. Concordarono e fissarono nella Costituzione che il paese aveva l’obbligo di accogliere profughi, rifugiati e fuorusciti che vi giungessero per trovare riparo. Fu un atto con cui appagarono il proprio senso umanitario e la propria coscienza di liberali e democratici prescrivendo di fare agli altri quantomeno quello che essi avevano vissuto e ricevuto.

     Molti costituenti sapevano che cosa significasse cercare e trovare rifugio per scampare alla persecuzione e alla punizione in patria. Erano stati accolti e ospitati e fecero di tutto per prescrivere nella Costituzione accoglienza e ospitalità per profughi e perseguitati. Ma quei costituenti avevano in mente l’ospitalità che un centinaio di loro aveva ricevuto e immaginavano che altrettanti individui perseguitati e profughi dai loro paesi potessero avere la stessa necessità di ricovero. In base all’esperienza che avevano fatta, si riferivano dunque a qualche centinaio di esseri umani in difficoltà, perseguitati e in cerca di salvezza, come erano stati loro. Non supponevano certo che le condizioni di individui e di popoli e i rapporti umani nel mondo terracqueo sarebbero presto cambiati. Non immaginavano che in un mondo globalizzato qualche miliardo di individui si sarebbe messo in movimento per spostarsi specialmente dai paesi poveri a quelli ricchi. Non immaginavano che, in qualche decennio, l’afflusso di immigrati, perseguitati e non, sarebbe stato in Italia e in Europa di milioni di individui in cerca di benessere. Fissarono quella norma nella Costituzione pensando a un paese riconoscente che avrebbe potuto generosamente accogliere qualche centinaio di profughi. Potevano immaginare che profughi e immigrati vari sarebbero stati circa sette milioni esclusi i clandestini in qualche decennio a cavallo tra novecento e duemila solo in Italia?

     Se i costituenti avessero potuto prevedere quel che sarebbe successo nel mondo, avrebbero concordato e prescritto quella norma? No, non l’avrebbero neppure discussa. Non avrebbero prescritto di spalancare le porte a milioni di immigrati di ogni razza e colore, profughi e non, che potessero invadere e sommergere l’Italia e l’Europa e sovvertire tradizioni, identità e civiltà.

     Quei costituenti erano galantuomini, provati dalle avversità e dalle ingiustizie, e avrebbero tenuto conto del danno che avrebbe potuto ricevere il paese dalla norma che essi stavano per inserire nella Costituzione. L’onestà e la rettitudine di quegli uomini non avrebbero permesso loro di danneggiare il proprio paese prescrivendo l’accoglienza di milioni di individui il cui numero e la cui presenza avrebbero sovvertito lentamente l’esistente, tradizioni, storia, costumi e modi di essere e di vivere. Quei costituenti avrebbero secondato la propria coscienza e l’interesse del proprio paese e dei propri concittadini e non la convenienza elettorale e settaria dei propri partiti di appartenenza, come fanno oggi molti politicanti che badano solo ai voti da reclutare e assassinano quel che resta del proprio paese. Non affiderebbero certo un ministero, e specialmente quello dell’immigrazione, a gente che non sa nulla, o sa molto poco, del passato e del presente dell’Italia e degli italiani. Se la Carta costituzionale da loro voluta ed elaborata si fosse rivelata in contrasto con le esigenze del paese e con gli interessi dei propri concittadini; se avessero scoperto che in parte fosse superata dagli eventi, quei costituenti non avrebbero esitato a modificarla e a sostituirla, come hanno fatto con lo Statuto albertino. Non avrebbero fatto quel che fa oggi molta parte del ceto politico che mira solo a impinguarsi di voti.

 

Roma 14/09/2013


E indichiamo: 

- FRANCESCO CARACCIOLO, Onorata società e società onorata, edizione integrale

- FRANCESCO CARACCIOLO, Onorata società e società onorata, edizione ridotta