somethingsomething

  • Francesco Caracciolo ha ricevuto il Premio alla cultura nel 1985 e nel 1994, conferito dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri

  • Ha ottenuto finanziamenti per la ricerca scientifica dal Ministero della Pubblica Istruzione e contributi dal Consiglio Nazionale delle Ricerche

  • È stato Forschungsstipendiat dell'Alexander von Humboldt Stiftung

  • Il mondo senza barriere e senza guerre e l'uomo senza passioni?

    di Francesco Caracciolo

    Come il cosmopolitismo nella Roma antica, dagli anni Settanta del Novecento la globalizzazione rese normale la presenza di genti di tutte le provenienze in ogni paese. Da allora si diffuse ovunque la persuasione che i confini di comunità, di nazioni e di civiltà fossero divisioni imposte arbitrariamente nel passato. Si ritenne che occorresse abbattere quelle barriere, considerate veri e propri muri, ostacoli posti nello spazio globale del pianeta. Si sostenne che il mondo è di tutti e che tutti hanno diritto di starsene liberi in ogni luogo e paese a loro scelta e piacimento. Si disse e si predicò che, sulla Terra di tutti, la migrazione è un libero e normale trasferimento di individui, di gruppi e di popoli, che l’ospitalità è e deve essere ovunque un obbligo; che l’accoglienza ai poveri nei paesi ricchi è da considerare un dovere, un’indiscutibile connotazione universale.
    A queste persuasioni e a questi discorsi seguirono e seguono fatti, e quando questi furono e sono a buon punto si poté e si può constatare che dall’esistente andò e va sempre più emergendo una società nuova, del tutto imprevista, anzi contrastante con le previsioni. La società multietnica e multiculturale che si andò e si va formando è indefinibile e assai diversa da quella idilliaca, immaginata da politici, da progressisti, da intellettuali e da cantanti che si ispirano a ideologismi obsoleti. È una società assai diversa da quella a cui anelano gli stessi immigrati, spinti anche dal vento della globalizzazione e dalla forza del fanatismo a volere formare una società secondo i loro desideri.
    Dappertutto si è così diffusa una contagiosa euforia, generata dalla convinzione di vivere in un’epoca felice e proficua, toccata dalla fortuna di avere scoperto la globalizzazione. Cioè di vivere nell’epoca della società multietnica, fonte di ricchezza, madre di molteplici culture e fucina di energie fisiche e spirituali; una società in cui è facile promuovere l’emulazione e procedere verso l’unificazione, l’omogeneizzazione e la diffusione del progresso.
    Certo, in atto il mondo è distinto in aree di ricchezza e di povertà, in cui il progresso ha ritmi diversi. Tra esse cresce o permane il divario. Si auspica che nelle aree ricche si correggano alcuni eccessi e storture, come la febbrile corsa al consumo. Si spera che la crescente ricchezza, prodotta mediante i progressi delle competenze e della tecnologia, si verifichi anche nelle aree povere, che potranno così procurarsi i mezzi per promuovere e sostenere il proprio sviluppo.
    Ci si chiede: se quanto si immagina non avviene, quali saranno gli effetti della globalizzazione? Il progresso o la disgregazione? Nessuno lo sa. Che cosa sarà dei paesi ricchi finora divenuti sempre più ricchi e dei paesi poveri divenuti relativamente sempre più poveri?
    Con la globalizzazione i paesi sviluppati diffusero nel mondo agevolmente le loro tecniche, il mercato, l’informazione, le scienze, l’economia. I loro capitali insieme con le loro conquiste umane, come i diritti dell’uomo e della persona, penetrarono in ogni angolo del pianeta e divennero patrimonio di molti che prima ne erano ignari ed estranei. Nonostante  ciò, finora il processo di globalizzazione economica e finanziaria ha accresciuto le disuguaglianze tra paesi diversi e ha alterato i rapporti sociali all’interno dei singoli paesi. Lo stato nazionale, che aveva provveduto a fornire i servizi sociali e a distribuire la ricchezza, perse importanza. La acquistò un sistema internazionale in cui l’impresa divenne la maggiore protagonista e ricevette i più grandi vantaggi. Il mercato regolatore dell’economia e della società, che era stato centrale nel mondo dalla metà del Novecento, cedette il passo all’impresa che acquistò una posizione dominante e si avvantaggiò degli effetti della sfrenata libertà che incrementò la povertà di gran parte della società nei paesi ricchi e quella relativa dei numerosi derelitti nei paesi poveri.
    Finora la globalizzazione non produsse dunque quello che prevedevano i suoi sostenitori, cioè eccezionale crescita economica e aumento dell’occupazione e della produttività. Al contrario, accrebbe il potere e il ruolo dell’impresa offrendole grandi opportunità, mentre impoverì la massima parte della popolazione. Ma, ovunque, molti continuano a credere che la globalizzazione sia la meta a cui giungere, un efficace rimedio alla diffusa patologia non solo sociale. L’abbattimento delle barriere tra gli stati nazionali – essi sostengono – scongiura contrasti e guerre tra comunità e tra popoli che, come è stato da millenni, imperversano insanguinando l’umanità.
    Certo, le guerre totali, mondiali, sono state evitate. Dalla fine della seconda guerra mondiale si è avuta in molta parte del pianeta una pace duratura. È infatti innegabile che, in gran parte dell’Europa, delle Americhe, dell’Asia furono scongiurate grandi guerre, conflitti globali che erano stati prima disastrosi e distruttivi e, da oltre sette decenni, regna la pace. Ma è da ritenere altrettanto vero che questo miracolo non è il risultato della globalizzazione, che ebbe inizio più di recente, negli anni Settanta del Novecento. Esso è piuttosto il risultato dell’incombente minaccia di uno strumento di guerra: l’arma atomica. La paura della distruzione globale che incute il suo impiego, fu un efficace deterrente, indusse finora molti stati, i più ricchi e potenti, ad astenersi dalla guerra. Se si escludono molte guerre locali, decine, fu così mantenuta la pace per decenni in gran parte del mondo. E questo avvenne per la sola presenza, per la deterrenza di uno strumento di guerra. Si può dire che si sia preparata la guerra per volere la pace, che ci fu. E questo avvenne come lo raccomandavano gli antichi Romani: si vis pacem, para bellum. Dunque, preparando la guerra, si ottenne la pace. E si può dire che, se si affermò e si diffuse la globalizzazione dagli anni Settanta, questo poté avvenire perché, già da oltre due decenni, si era instaurato in gran parte del mondo un clima di pace, imposto dalla presenza di armi atomiche. Si può pertanto dire che la pace in un’importante parte del mondo fu ed è conseguenza della guerra, del suo deterrente spaventoso, e non della globalizzazione.
    Ma se le grandi guerre furono scongiurate, numerose guerre minori non cessarono mai di sconvolgere l’umanità. Nel 2022 e negli anni seguenti, Ucraina, Afghanistan, Yemen, Etiopia, Mali, parte dell’Azerbaigian, Sudan del Sud e molti altri Stati sono in guerra. Secondo il Centro Studi di Politica Internazionale, le guerre in corso nel mondo sono cinquantacinque. Secondo l’Uppsala Conflict Data Programm, le vittime sono oltre 230.000. In Etiopia vittime della guerra nel 2022 sono 101.000, in Ucraina 81.500, molto meno che in Etiopia. Nel mondo, rivolte e manifestazioni violente sono in aumento nell’ultimo decennio.
    L’assenza di barriere – si sostenne da più parti – trasformerà gli uomini da nemici in fratelli. E nella fratellanza universale, fiorirà tutto, nell’economia e nella società. Tutto sarà libero e facile, dagli scambi di merci agli spostamenti di persone. Tutto si svolgerà in modo da tradursi in beneficio dei miliardi di abitanti del pianeta. Cesseranno gli obblighi e i condizionamenti imposti dagli stati, spariranno le remore generate dalle identità nazionali, regionali, locali e tribali. Gli uomini realizzeranno pienamente le loro proprie aspirazioni, soddisferanno il loro bisogno di libertà e non troveranno più ostacoli all’attuazione delle proprie propensioni, dei propri aneliti, delle proprie esigenze e dei propri interessi materiali. Alla sofferenza generata da ostacoli, balzelli, limitazioni e gravami vari, imposti per millenni dal potere organizzato delle istituzioni, subentreranno i vantaggi e la gioia di vivere liberi e leggeri. Emergerà il meglio che c’è nell’uomo e che, finora, è stato inculcato o male utilizzato per necessità. In assenza di limitazioni e di ostacoli esterni, emergeranno e prevarranno nell’uomo i migliori sentimenti, le più sane aspirazioni e le più salutari azioni.
    Insomma – sostengono molti – la globalizzazione cancellerà gli errori commessi dall’umanità in milioni di anni, ed immetterà in un’epoca felice.
    Molti sono convinti di tutto questo, vedono un futuro di rose e fiori, una vita migliore di progresso e di libertà. E tutto questo ben di Dio, a loro avviso, sarà il risultato della globalizzazione, di un ritrovato magico che correggerà le storture perpetrate nel passato. Scomparità dalla Terra la causa del male e della sofferenza; e l’uomo ne godrà le conseguenze. Con le sue abitudini, muteranno i suoi sentimenti e le sue passioni. Il fardello di aggressività, di violenza, di cattiveria, di ferocia che l’uomo porta in sé da milioni di anni, scomparirà d’incanto, o quanto meno si ridurrà al minimo. Nell’uomo permarrà la parte buona: l’amore, la tolleranza, la bontà, la socialità. Dopo milioni di anni sarà la globalizzazione a fare questo miracolo, e a produrre un radicale cambiamento del costume e del modo di vivere e di sentire.
    Sarà possibile? Se lo fosse, sarebbe come se la cultura di odio, di vendetta, di violenza, tramandata da milioni di anni, non fosse mai esistita, non fosse parte della natura umana. Come se fosse possibile fare a meno di sentimenti e passioni, strappandoli dalle loro radici, senza snaturare l’insieme. E come possono radicati sentimenti essere annullati?
    È da ritenere possibile che questo accada? L’egoismo, l’odio. l’avidità sono vecchi quanto l’uomo e insiti nel suo essere. La violenza, i conflitti, le guerre, sono loro derivati, azioni conseguenti. Per eliminarli occorrerebbe annullare i radicati sentimenti da cui derivano. Ma se fosse possibile far questo, sarebbe come privare l’organismo vivente di una parte di sé, sarebbe come strapparne le radici, snaturare l’insieme, il corpo e l’anima che li hanno nutriti sin dalla comparsa dell’uomo sulla Terra. Se fosse possibile, l’uomo risulterebbe un essere pacifico, tranquillo, regolato e ordinato, ma amorfo, fiacco, privo di quella carica che ne fa un essere pulsante e vivente. Risulterebbe un essere artificiale. Sentimenti e passioni, buoni o cattivi che siano, sono parte integrante dell’essere umano, la sua stessa natura, la sua essenza. Si può cercare di curarli, come fanno la morale e la religione, ma non si possono sradicare senza spezzare l’integrità del corpo vitale, ucciderne la sostanza e farne qualcosa d’altro, non mai esistito in natura. Non può farlo neppure la globalizzazione, da molti immaginata e auspicata.
    Smentendo le opinioni di molti, sentimenti e passioni che generano conflitti, violenza, lotta, guerre e distruzione sono insiti nell’animo, nello spirito, nell’essere umano. Staccarli dal loro habitat cui appartengono è impossibile senza violentare la natura. Si può certo curarli e orientarli.

     

    Francesco Caracciolo

    VAI AD ARTICOLI WEB

    articoli web