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  • Francesco Caracciolo ha ricevuto il Premio alla cultura nel 1985 e nel 1994, conferito dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri

  • Ha ottenuto finanziamenti per la ricerca scientifica dal Ministero della Pubblica Istruzione e contributi dal Consiglio Nazionale delle Ricerche

  • È stato Forschungsstipendiat dell'Alexander von Humboldt Stiftung

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  • Progetti di riforme. Burocrazia, crescita e sviluppo

    Francesco Caracciolo

     

    È frequente occuparsi delle aree arretrate e della possibilità di promuoverne la crescita. È opinione diffusa che occorra mediante riforme e incentivi far superare al Mezzogiorno d’Italia lo svantaggio dell’insufficiente crescita ed eliminarne il persistente divario con altre regioni. A tal fine gli stessi opinionisti sostengono che un fondamentale e decisivo passo da fare sia l’eliminazione della politica dalla pubblica amministrazione, da enti vari, ospedali, università. Se si riuscisse in questa impresa – essi spiegano – prevarrebbe il merito e si affermerebbero la competenza e l’efficienza che in atto sono sopraffatti dagli effetti della protezione e dell’interferenza dei politici. Ne deriverebbe che la pubblica amministrazione, che così com’è in atto frena e ostacola la crescita economica e lo sviluppo, diverrebbe un fattore propulsivo, un efficiente mezzo di avanzamento e di progresso e farebbe uscire l’area depressa dall’arretratezza.

    Certo è innegabile che l’influsso della politica e dei politici sull’amministrazione abbia effetti perversi: ostacola il merito, rallenta e deteriora l’efficienza e frena e impedisce la crescita e lo sviluppo. È anche fuor di dubbio che l’efficienza dell’amministrazione sia un obiettivo primario cui mirare. Ne deriva che occorra liberare l’amministrazione e la società dall’influsso nocivo della politica.

    Ma se si riuscisse in questa impresa, si otterrebbe l’effetto previsto dagli opinionisti? Si garantirebbe l’efficienza e, soprattutto, si promuoverebbero crescita e sviluppo? È sufficiente eliminare le interferenze politiche nella pubblica amministrazione per ottenere gli effetti previsti? O forse, per ottenere tali effetti bisognerebbe estendere il campo d’azione, andare in profondità e rinnovare tutto ciò che inquina, frena e condiziona anche la politica e i politici oltre che l’intera società?

    Non è facile eliminare la deleteria intromissione della politica e dei politici nella amministrazione. È certo un miracolo se vi si riesce, ma esso non è sufficiente a produrre i radicali effetti indicati dagli opinionisti. Nel caso che si riuscisse a fare il miracolo, la politica e i politici uscirebbero dalla porta ed entrerebbero dalla finestra. Se essi fossero estromessi ufficialmente e direttamente dalla pubblica amministrazione, vi rientrerebbero indirettamente e occultamente da affiliati a conventicole e a consorterie. Se cessasse la loro influenza su enti, ospedali, università, dove essi oggi sono presenti palesemente o occultamente operanti, essa proseguirebbe immutata per altre vie e sarebbe esercitata da altri protagonisti con altre fisionomie. Non è neppure sufficiente limitarsi a rendere efficiente e produttiva l’amministrazione per sanare tutto il resto.

    Per promuovere il progresso dell’area depressa, la conseguente e generale crescita economica e lo sviluppo bisogna ampliare il raggio d’azione. Non basta eliminare l’interferenza dei politici nell’amministrazione, anche se si mira a ottenere solo l’efficienza dell’amministrazione. Bisogna agire anche e soprattutto a monte, nella società, per mutare la mentalità e la condotta dei singoli. L’amministrazione e la società intera sono tanto più efficienti e produttori di reddito e di ricchezza, nonché fautori di sviluppo e di progresso, quanto più i singoli individui che le compongono sono competenti, efficienti, e liberi da condizionamenti e da freni, dall’obbligo cioè del do ut des. «È inutile di pensare ad arti, a commercio, a governo, se non prima si pensa a riformar la morale. Finché gli uomini troveranno il loro conto ad esser tristi, non bisogna aspettar gran cosa dalle fatiche metodiche.» scriveva Antonio Genovesi nel 1774 nelle Lettere familiari. Questo suo ammonimento è precursore e può essere riferito interamente alla società e ai rapporti umani di questi nostri anni dell’inizio del terzo decennio del Duemila. Non si può pensare a meriti, a giustizia, a effettiva parità di diritti, a crescita economica e a sviluppo del Paese, se non si provvede prima a rendere tutto ciò possibile. Non si può pretendere di sanare le piaghe sociali solo rendendo efficiente e produttiva l’amministrazione, e limitarsi a questo. Bisogna operare nella società, scavarvi a fondo, promuovere il fattivo consenso e l’attiva partecipazione dei suoi singoli componenti. Solo mobilitando il tutto e il suo intimo contributo si può realizzare sviluppo e progresso, e insieme efficienza non solo amministrativa.

    Questo è il percorso da battere. Ogni altro ha sbocchi che sono limitati e settoriali, anche se quanto in essi avviene può riuscire utile nell’immediato. Non si può pretendere di promuovere sviluppo e progresso di un’area o di un paese attuando il risanamento di particolari settori. È assurdo credere che sia possibile una tale promozione ora bonificando la pubblica amministrazione, ora perseguendo efficacemente la criminalità organizzata, ora rendendo difficile il protrarsi del malaffare e della corruzione, ora prevenendo e curando altre piaghe, specialmente se tutto ciò si fa separatamente. Anche se si riesce con successo nelle singole azioni, queste non producono effetti vasti e generali: non si consegue lo scopo ultimo. Si può dare impulso alla pubblica amministrazione eliminando le interferenze della politica, ma il risultato che si ottiene non va oltre un orizzonte alquanto limitato. Se si combatte con successo la criminalità organizzata intervenendo con provvedimenti sporadici e passeggeri ogni volta che fatti eclatanti destano allarme, il risultato di ciò, certamente positivo, non va oltre un certo limite. L’effetto risulta anche limitato se si bonifica ogni altro settore e se si persegue con successo ogni altro crimine individuale o collettivo. I singoli provvedimenti e i loro relativi successi non superano il loro angusto limite se prima non si provvede a preparare le condizioni agendo in profondità sulla mentalità e sulla condotta dei singoli. Prima di riformare la funzione occorre preparare il funzionario. Prima di accingersi a sanare le istituzioni occorre accertare che sia disponibile la qualificata condotta dei loro gestori e che sia soprattutto idoneo l’ambiente umano a cui esse sono destinate e da cui esse attingono.

    Francesco Caracciolo

     

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